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  • Il servizio di analisi

  • Posso far analizzare anche l’acqua di pozzi o sorgenti non controllate per verificarne la potabilità?

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    No, la piattaforma è concepita solo per l’analisi di acqua già potabile all’origine. Infatti la piattaforma non prevede l’analisi di tutti i parametri previsti dalla vigente normativa sulle acqua destinate al consumo umano (D.lgs. 31/2001) per verificarne la potabilità, compito che spetta al gestore del servizio idrico e alle Asl. In particolare, rimangono escluse dalla piattaforma le analisi microbiologiche previste nella normativa- necessarie per verificare la potabilità dell’acqua - poiché richiedono un’attenzione particolare per il prelievo ed il trasporto del campione che vanno eseguite da personale specializzato e in opportune condizioni operative. 

  • Posso richiedere l’analisi per tutto il mio condominio?

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    Con We Test Water è possibile attivare un test per analizzare l’acqua del condominio, coinvolgendo gli altri condomini per sostenere i costi delle analisi per un test completo. In questo caso il campione da analizzare potrà essere prelevato a valle del punto di consegna, cioè dopo il contatore dell’acqua ma prima che la rete idrica arrivi all’abitazione, oppure in un appartamento posto all’ultimo piano della palazzina per verificare la qualità dell’acqua nella colonna verticale. Nel caso di complessi condominiali con più palazzine sarà necessario attivare un test per ogni singola palazzina, da attivarsi però in momenti successivi man mano che un test vien chiuso.

    Tuttavia, ricordiamo che possono esserci differenze anche significative nelle caratteristiche chimico-fisiche e batteriologiche dell’acqua prelevata nelle singole utenze dello stesso condominio (ossia nei diversi appartamenti), poichè la qualità dell’acqua che esce dal rubinetto è influenzata anche dalle condotte entro le mura domestiche e dalla eventuale presenza nelle singole utenze di sistemi di trattamento domestico dell’acqua.

  • Quali analisi di qualità dell’acqua si possono richiedere con la piattaforma? E quali sono i relativi costi?

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    Con We Test Water è possibile richiedere l’analisi di diversi parametri di qualità dell’acqua, che includono:

    • le analisi di base, ossia quelle per determinare durezza, conducibilità e nitrati, utili per avere un’idea generale sulla qualità dell’acqua; queste analisi sono comprese nel costo di € 40 per l’attivazione di un nuovo test;
    • altre 16 combinazioni di analisi che riguardano parametri indicatori della qualità e tipologia di acqua (residuo fisso, calcio, sodio, solfati, fluoruri…);  metalli più pericolosi per la salute (arsenico, cadmio, cromo, piombo, …) e che possono peggiorare il gusto dell’acqua (ferro, manganese); inquinanti che sono spia di determinate contaminazioni (cloriti, solventi organoalogenati e trialometani); altri contaminanti come amianto e legionella. La maggior parte di queste analisi sono acquistabili accoppiate, in combinazioni suggerite a seconda del CAP di interesse, al costo di € 30. Fanno eccezione: le analisi per amianto e legionella, disponibili come singole analisi rispettivamente al costo di € 45 e € 40; l’analisi per solventi organoalogenati e trialometani (composti organoalogenati) al costo di € 70.

    Per la lista completa delle analisi che puoi acquistare con al piattaforma e la descrizione dei singoli parametri clicca qui

  • Perché non ci sono anche le analisi microbiologiche?

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    In generale, le analisi microbiologiche richiedono un’attenzione particolare per il prelievo ed il trasporto del campione che vanno eseguite da personale specializzato e in opportune condizioni operative. Per tali ragioni, le analisi batteriologiche previste dal D.Lgs. 31/2001 rimangono escluse dalle analisi disponibili mediante la piattaforma We Test Water.

    Fa eccezione l’analisi per la ricerca del batterio Legionella pneumophila, che invece è incluso tra quelle disponibili poiché il prelievo del campione non richiede particolari condizioni operative. Ricordiamo, però, che questa analisi non è obbligatoria per legge.

  • Quando riceverò il kit per il prelievo dei campioni di acqua e cosa contiene? 

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    Il kit per il prelievo dei campioni viene inviato dal laboratorio solo al promotore del test, il quale si occuperà poi di eseguire il prelievo del campione d’acqua da analizzare. Il laboratorio invierà il kit all’indirizzo indicato entro 7 giorni dalla chiusura del test.  

    Il kit contiene: contenitori per la raccolta dell’acqua (bottiglie in plastica e boccette in vetro, a seconda dell’analisi richiesta), etichette, istruzioni di prelievo, modulo precompilato per la spedizione tramite corriere espresso al laboratorio. Nella scatola troverai anche una borraccia pieghevole brandizzata Altroconsumo, che verrà inviata agli utenti che attiveranno un test sino ad esaurimento scorte. Nel kit non sono contenuti i guanti monouso necessari per effettuare il prelievo, ma facilmente reperibili nei supermercati o farmacie. 

  • Come devo eseguire il prelievo dell’acqua che voglio far analizzare?

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    Le istruzioni per eseguire correttamente il prelievo dell’acqua da analizzare sono contenute insieme al materiale di prelievo nel kit che sarà inviato al promotore del test decorsi 7 giorni dalla chiusura del test stesso. La persona che effettuerà il prelievo dovrà indossare dei guanti monouso (reperibili in tutte le farmacie e supermercati e ipermercati) di lattice oppure, qualora allergici a questo materiale, in altro materiale come acetato o nitrato di cellulosa. La fase di prelievo e di conservazione del campione vanno eseguite secondo quanto indicato nelle istruzioni, in modo da limitare al minimo eventuali contaminazioni del campione prelevato che possono influire sull’esito della successiva analisi.

  • Quanto mi costa rispedire il pacco con i campioni prelevati al laboratorio  per le analisi?

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    Il costo di spedizione al laboratorio dei flaconi contenti il campione di acqua prelevato per le successive analisi sono di 12 euro ma sono già incluse nel primo versamento di 40 euro effettuato dal promotore al momento dell’attivazione di un nuovo test. Nel kit di prelievo è già presente il modulo per la spedizione dei campioni tramite corriere espresso. 

  • Domande frequenti sull'acqua potabile

  • Da dove viene l'acqua potabile distribuita dall’acquedotto?

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    In Italia, le fonti di approvvigionamento dell'acqua potabile distribuita dagli acquedotti sono principalmente di due tipi: quelle sotterranee che costituiscono l’85,5%, di cui 49,8% da pozzi e il 35,7% da sorgenti, a cui seguono le acque superficiali che rappresentano il 14,3%, di cui l’8,9% da laghi, invasi artificiali o dighe e il 5,4% da fiumi (Dati Istat 2012). Nel nostro paese, le acque salmastre o marine trattate direttamente con impianti di desalinizzazione vengono utilizzate come fonti idropotabili solo per una minima percentuale (0,2%).

    Comunque venga captata, l’acqua deve soddisfare i valori di potabilità definiti per legge per essere resa idonee al consumo umano e poter essere immessa nella rete di distribuzione dall’acquedotto. Deve quindi subire dei trattamenti di potabilizzazione.

    Le acque di migliore qualità all’origine, provenienti da da sorgenti e pozzi profondi nella falda, necessitano in genere di trattamenti minori e più modesti in quanto l’acqua resta più protetta dall’inquinamento rispetto a quanto accade all’acqua dei bacini superficiali, per via dei fenomeni naturali di “auto-depurazione” che avvengono durante la filtrazione dell’acqua nel terreno e negli strati del sottosuolo. Mentre nei casi in cui l’acqua per uso potabile derivi del tutto o in parte da acque superficiali (lago, diga o fiume) o da alcune falde poco profonde, specie in pianura, solitamente sono previsti trattamenti più complessi e invasivi perché siano adatte ad essere bevute.

  • Qual è l’attuale normativa che disciplina l’acqua potabile in Italia?

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    Il Decreto Legislativo 2 febbraio 2001 n. 31 e successive modificazioni e integrazioni è la normativa attualmente in vigore in Italia che, recependo la Direttiva Europea 98/83/CE, regolamenta il settore delle “acque destinate al consumo umano” e definisce anche una serie di parametri analitici (Allegato I)ai quali un'acqua deve sottostare per potere essere definita potabile, sia in ambito domestico che nelle imprese alimentari.  I parametri sono definiti nell’Allegato I del Decreto e includono:

    1. parametri microbiologici, quali Escherichia coli ed enterococchi (parte A); 
    2. parametri chimici concernenti sostanze tossiche quali arsenico, piombo, antiparassitari, ecc. (parte B);
    3. parametri indicatori quali odore, colore, sapore, pH, durezza, ecc. che includono sostanze non pericolose per la salute… (allegato I, parte C);

    Per ciascun parametro è indicato un "valore di parametro", cioè un valore limite superato il quale occorre l'intervento dell'autorità competente con attuazione di misure atte a ripristinare la qualità dell'acqua.

    La normativa si applica a tutte le “acque destinate al consumo umano”. Sono definite tali: a) le acque trattate o non trattate, destinate ad uso potabile, per la preparazione di cibi e bevande o per altri usi domestici (ad esempio per le patiche di lavaggio), a prescindere dalla loro origine, siano esse fornite tramite una rete di distribuzione, mediante cisterne, in bottiglie o in contenitori; b) le acque utilizzate in una impresa alimentare per la fabbricazione, il trattamento, la conservazione o l' immissione sul mercato di prodotti o di sostanze destinate al consumo umano.

    Invece, non si applica né alle acque minerali naturali e medicinali riconosciute, sottoposte ad una differente regolamentazione,  né alle acque destinate esclusivamente a quegli usi per i quali la qualità delle stesse non ha ripercussioni, dirette od indirette, sulla salute dei consumatori interessati.

     

  • Quali caratteristiche deve avere un’acqua per essere potabile?

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    Le acque destinate al consumo umano per essere tali, quindi poter essere definite potabili, devono essere salubri e pulite. Pertanto devono soddisfare i requisiti stabiliti dalla normativa vigente di settore (D.Lgs. 31/2001), ossia:

    1. non devono contenere microrganismi e parassiti, né altre sostanze, in quantità o concentrazioni tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana;
    2. devono soddisfare i requisiti minimi indicati per i parametri microbiologici (parte A) e chimici (parte C) e  dell’Allegato I del Decreto;
    3. devono essere sono conformi ai parametri indicatori (parte C) dell’Allegato I del Decreto.

    Pertanto, l'attuazione di tutte le disposizioni descritte nel Decreto Legislativo 31/2001 e s.m.i. che disciplina il settore delle “acque destinate al consumo umano” ed il rispetto dei valori di parametro contenuti nell'Allegato I dello stesso Decreto, nel punto in cui le acque sono messe a disposizione del consumatore, determinano la valutazione di "idoneità" dell'acqua al consumo umano in condizioni di sicurezza per l'intero arco della vita. L'idoneità viene stabilita sulla base di diversi parametri di qualità chimica, fisica e batteriologica che l'acqua deve rispettare per essere considerata potabile; tali parametri sono stabiliti dalle parti A (parametri microbiologici), B (parametri chimici) e C (parametri indicatori) dell'Allegato I del Decreto, dove sono elencati i valori limite superati i quali occorre provvedere con adeguati interventi.  

    I parametri e i valori massimi consentiti sono in genere fondati sugli orientamenti stabiliti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e sul parere del comitato scientifico della Commissione Europea, mentre, valori più restrittivi e parametri supplementari, ad es. "clorito", sono determinati dall'Istituto Superiore di Sanità, sentito il Consiglio Superiore di Sanità. 
    Il giudizio di idoneità dell'acqua destinata al consumo umano spetta all'Azienda Sanitaria Locale territorialmente competente.

  • Chi controlla la qualità dell’acqua potabile? 

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    Il D.Lgs. 31/2001 che regolamenta il settore delle “acque destinate al consumo umano” prevede che su tali acque vengano eseguiti due tipi di controllo analitico chimico-fisico e microbiologico atto a verificare che i parametri siano conformi a quelli prescritti dalla vigente normativa: controlli “interni”, di responsabilità del Gestore delle rete acquedottistica (del Servizio idrico integrato), effettuati in laboratori interni; controlli “esterni” effettuati dalle Aziende Asl competenti per il territorio le quali si avvalgono dei laboratori e dei servizi delle Arpa regionali per effettuare le analisi.

    I controllo “interni” hanno le caratteristiche di un autocontrollo, complementare a quello eseguito delle autorità sanitarie. I gestori hanno l’obbligo di distribuire acqua in ogni istante rispondente ai requisiti di qualità, rispondendone anche penalmente, qualora le acque distribuite non presentassero i requisiti di qualità previsti. I controlli “esterni” spettanti alle Asl servono ad accertare che i distributori controllino in modo efficace la loro attività, e per far ciò debbono valutare i controlli interni, con particolare attenzione verso le situazioni di maggior rischio sanitario, e attenersi alle frequenze e modelli previsti dal D.lgs. 31/2001, intesi come schemi di controllo minimali.

    Il controllo sulle acque destinate al consumo umano è effettuato a partire dalle fonti di approvvigionamento (sorgenti o pozzi o impianti di potabilizzazione), nelle reti acquedottistiche, nei centri idrici di smistamento, fino ad arrivare al punto in cui esse sono consegnate alle utenze per il consumo. 

  • Quali fattori possono alterare la qualità dell’acqua potabile?

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    Può accadere che l’acqua che esce dal rubinetto di casa abbia caratteristiche organolettiche e di composizione che risultano diverse rispetto a quelle dell’acqua distribuita dall’acquedotto, per via di alterazioni qualitative che possono verificarsi nel tratto di condotte che separano l’abitazione dall’impianto di potabilizzazione.

    La cessione di sostanze indesiderabili da parte delle condutture rimane la causa più frequente di alterazione della qualità dell’acqua nel suo percorso lungo la rete idrica, sebbene tale fenomeno sia più rilevante nelle condotte private, interne agli edifici, che non sono di competenza del gestore dell’acquedotto bensì del responsabile dello stabile.

    Il cattivo stato della rete idrica, specialmente in vecchi edifici, è un’altra possibile causa di alterazione della qualità dell’acqua. Nel caso di acque più aggressive, con bassi valori di pH, durezza e residuo fisso, queste possono corrodere i materiali con cui sono fatte le tubazioni ma anche i raccordi e le valvole dell’ impianto idrosanitario, con conseguente rilascio di metalli indesiderabili (ad esempio ferro ma anche piombo, rame, zinco, nichel più pericolosi per la salute) che, talvolta,  possono raggiungere concentrazioni eccedenti i vigenti limiti di legge. Tale fenomeno di contaminazione è più rilevante dopo prolungato inutilizzo dell’acqua e quindi permanenza per lungo tempo nell’impianto idraulico (ad esempio durante la notte o quando si è in vacanza).

    Nel caso, invece, di acque medio-dure e dure, con valori di durezza elevata, si possono formare nelle tubature e nelle varie parti dell’impianto idrico delle incrostazioni di calcare (dovute al deposito di carbonato di calcio); alla lunga possono causare una sensibile riduzione della portata dei rubinetti e soprattutto problemi alla caldaia e agli elettrodomestici che usano acqua riscaldata, con conseguente aumento dei consumi energetici e usura di alcune parti.

    Anche la presenza di residui dei disinfettanti, utilizzati in uscita dagli impianti di potabilizzazione dell’acqua per garantirne la salubrità e sicurezza da un punto di vista microbiologico, possono determinare un peggioramento della qualità dell’acqua. Nel caso del cloro, ad esempio, esso reagisce con le sostanze comunemente presenti nell’acqua, in particolare l’interazione con eventuali sostanze organiche piò dare origine a sottoprodotti di disinfezione, come cloriti e trialometani, sostanze indesiderabili che peggiorano la qualità dell’acqua da un punto di vista organolettico (responsabili del caratteristico odore di cloro) ma anche sanitario (perché tossiche ad elevate concentrazioni).

    Inoltre, la presenza di serbatoi di accumulo sui tetti delle case, esposti al sole, nei quali molto spessa l’acqua raccolta non è ben isolata dall’ambiente esterno, possono causare un peggioramento qualitativo dell’acqua se non viene eseguita un’adeguata e regolare manutenzione.

  • Chi è il soggetto responsabile della qualità dell’acqua?

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    Dall’acquedotto al rubinetto la responsabilità della qualità dell’acqua ricade su diversi soggetti: il gestore dell’acquedotto è il soggetto responsabile della qualità dell’acqua distribuita sino al punto di consegna delle  utenze, cioè sino al contatore; la rete idrica che dal contatore arriva sino all’abitazione, inclusi gli eventuali impianti di trattamento centralizzati, le autoclavi o i serbatoi di accumulo, invece, è di competenza del responsabile dell’immobile o dello stabile (l’amministratore per un condominio, il dirigente scolastico per una scuola, il direttore sanitario per un ospedale, ecc.); infine, per il tratto terminale della rete idrica nelle mura domestiche, quindi dal punto di ingresso nell’abitazione sino al rubinetto, incusi eventuali apparecchi di trattamento domestico dell’acqua, la responsabilità ricade sull’inquilino.

    Bisogna tener presente che non sono infrequenti casi in cui l’acqua, sebbene consegnata in perfetta conformità dall’acquedotto, subisca poi alterazioni della sua qualità, non solo per le caratteristiche organolettiche (legate al gusto) ma anche nella composizione chimica. Talvolta, tuttavia, si ignora la causa di tali alterazioni (cessazione di sostanze indesiderabili da vecchie tubazioni, cattivo stato della rete idrica interna, serbatoi di accumulo sporchi, ecc.), che possono essere anche dovute alla scarsa manutenzione degli impianti di trattamento centralizzati o in quelli domestici nella singola utenza, qualora presenti.

    A tale proposito il D.lgs. 31/2001 stabilisce che: “Qualora sussista il rischio per le acqua, pur essendo nel punto di consegna rispondenti ai valori di parametro fissati nell’allegato I, non siano conformi a tali valori al rubinetto, le Aziende unità sanitarie locali, anche in collaborazione con l’autorità d’ambito e con il gestore, dispongono che:

    a.  Siano prese misure appropriate per eliminare il rischio che le acque non rispettino i valori di parametro dopo la fornitura;

    b.  I consumatori interessati siano debitamente informati e consigliati sugli eventuali provvedimenti e sui comportamenti da adottare.

  • Le acque del rubinetto sono tutte uguali? 

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    No, al contrario le acque dei vari acquedotti sono tutte diverse tra loro, con caratteristiche organolettiche e composizione chimica talvolta notevoli, come accade per le acque minerali. Sebbene tutte le acque distribuite dalla rete siano rese idonee al consumo umano dai trattamenti di potabilizzazione, secondo quanto previsto dalla vigente normativa in materia, tuttavia risultano differenti principalmente poiché derivano da fonti di approvvigionamento diverse.

    Talvolta alcune caratteristiche di un acqua potabile la rendono più o meno gradevole al consumo rispetto ad un’altra, ad esempio pensiamo al sapore e odore di cloro che non ci piace, oppure alle acqua più ricche di calcio e percepite come più “pesanti” o ancora da acqua più ricche in magnesio che hanno un sapore più amarognolo; ma non bisogna confondere la qualità o bontà di un’acqua con la sua potabilità. Un’acqua potabile non necessariamente è anche di buona. 

  • Cosa influenza il sapore dell’acqua del rubinetto?

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    Spesso il sapore dell’acqua del rubinetto non convince e molti sostengono di non berla perché è cattiva. Il problema più frequente è il cloro che dà un cattivo sapore e odore all’acqua. Il cloro è aggiunto dagli acquedotti quando c’è il rischio di contaminazione da batteri, per garantire la salubrità e sicurezza microbiologica dell’acqua distribuita dall’acquedotto. Sgradevole, ma non dannoso, il cloro è volatile, per cui per eliminarne l’odore basta lasciare riposare l’acqua per esempio in una brocca, anche in frigorifero, prima di berla.

    Il sapore amaro può invece dipendere da una presenza eccessiva di ferro e manganese: non sono sostanze tossiche, ma possono influire sul gusto e sul colore dell’acqua.

    Se invece l’acqua di casa è salata, può dipendere da sodio, solfati e cloruri. Il primo è un minerale utile al metabolismo la cui presenza può rappresentare un problema solo per le persone ipertese. In ogni caso, nonostante quello che la pubblicità vuole darci a intendere, non è con l’acqua che si limita l’apporto di sodio: bisogna stare attenti alla dieta. I solfati possono avere origine naturale o derivare da scarichi industriali e urbani. Non sono tossici, al peggio possono dare irritazioni gastrointestinali. Infine i cloruri: in concentrazioni elevate possono corrodere le tubature e danno all’acqua un sapore cattivo. La presenza di tutte queste sostanze è regolamentata dalla legge con limiti di ampia garanzia.

  • Cosa influenza il colore dell’acqua che esce dal rubinetto?  

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    Se l’acqua esce torbida o bianca forse la pressione del rubinetto è troppo forte. Lasciatela decantare in un bicchiere e tornerà limpida.

    Il colore rossastro, invece, dipende dalla presenza di ferro e manganese, naturale o dovuta al rilascio da parte delle tubature; questi metalli ossidandosi all’aria possono lasciare aloni giallastri lasciati sulla biancheria. Se si tratta di un problema di tubi condominiali, rivolgetevi all’amministratore, altrimenti alla Asl. Preoccupatevi davvero solo se l’acqua ha un colore bluastro, segno che vi è disciolta una quantità eccessiva di rame, un metallo che potrebbe essere rilasciato dalla tubature e può essere dannoso: la legge ne limita la concentrazione a un massimo di 1 mg/l.

  •  A cosa è dovuta la presenza di sassolini e sabbia nei filtri o negli aeratori (riduttori di flusso) del rubinetto?

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    Può trattarsi di materiale inerte trasportato dall’acqua o di incrostazioni di calcare. Spesso il problema dipende dalle tubature dell’edificio o dalle cisterne in cui l’acqua decanta. Fate scorrere l’acqua (raccogliendola per tutti gli usi non alimentari) prima di berla.

  • E’ vero che l’acqua dura fa venire i calcoli?

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    Si tratta di un timore infondato. Infatti, non esistono evidenze scientifiche che indichino una correlazione tra la formazione di calcoli e il consumo di un’acqua calcarea (ricca di calcio e magnesio) e ad elevato residuo fisso (con tanti sali minerali disciolti).  I calcoli si formano innanzitutto per una predisposizione individuale (di origine genetica o dovuta a caratteristiche personali), ma può contribuire anche lo stile di vita (ad esempio sudare molto ma bere poco). Un’acqua calcarea va evitata, insieme ad acque ricche di sali minerali in generale, nel caso di soggetti patologici affetti da rilevante calcolosi renale; in presenza di piccoli calcoli o renella, sono invece consigliate acqua oligominerali, come sono la maggior parte delle acque potabili in Italia. Nel caso di queste patologie la cosa importante, su cui medici e scienziati sono concordi, è sicuramente bere molto e ripetutamente durante il giorno (fino a 3 litri d’acqua). Le persone sane, invece, possono bere quanta e quale acqua vogliono senza particolari controindicazioni per la salute. Dal punto di vista delle proprietà salutari, la presenza di una giusta quantità di ioni di calcio e magnesio (di cui è ricca un’acqua calcarea) non è affatto dannosa per l’organismo umano, semmai sono maggiori i benefici che questi elementi apportano all’organismo che non il contrario. Ad esempio, secondo alcuni studi epidemiologici, l’acqua calcarea svolgerebbe un’azione protettiva nei riguardi delle malattie cardiovascolari (perché il calcio riduce l’assorbimento dei grassi a livello intestinale e il magnesio ha un effetto vasodilatatore). Ricordiamo poi che il calcio è un elemento indispensabile per i denti e per le ossa, in particolare è utile in gravidanza, nei bambini in fase di crescita e in età avanzata.

    L’acqua dura, semmai, è un problema per gli elettrodomestici, la caldaia o le tubazioni dell’acqua calda dell’impianto idro-sanitario, per via delle incrostazioni di calcare che si formano riscaldando l’acqua.

  • Il sodio nell’acqua è davvero un problema?

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    Il sodio è un elemento essenziale per il nostro organismo poiché svolge importanti funzioni metaboliche (ad esempio regolazione dei fluidi extracellulari, trasmissione degli impulsi nervosi, ecc.). La fonte principale di assunzione nell’organismo è attraverso la dieta (sale da cucina, salumi e formaggi ne contengono le maggiori quantità), mentre è molto ridotta con l’acqua potabile. E’ sufficiente mangiare un panino imbottito per ingerirne una quantità di sodio equivalente a quella contenuta in una tonnellata di acqua oligominerale!

    Nell’acqua distribuita dell’acquedotto la concentrazione massima ammissibile di sodio è fissata dalla legge in 200 mg/l; mentre per le acque minerali naturali non è fissato alcun limite e in questo caso il sodio è considerato un elemento caratterizzante per cui quelle che ne contengono oltre 200 mg/l sono definite “sodiche”. A differenza di quanto succede in molti paesi dell’Unione Europea, come Francia e Germania, nel panorama delle acqua minerali naturali prodotte, imbottigliate e commercializzate in Italia quelle ad alto tenore di sodio costituiscono invece una rarità.

  • Perché alcune acque contengono nitrati?

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    La presenza di nitrati nell’acqua potabile ha apporti naturali molto modesti, mentre la maggior parte deriva da attività umane. L'inquinamento da nitrati nelle falde acquifere è originato principalmente dall’utilizzo in agricoltura di fertilizzanti agricoli di origine azotata, ma può derivare anche dalle deiezione di animali provenienti dagli allevamenti zootecnici e da scarichi fognari civili e industriali. Nel panorama nazionale, la presenza di nitrati nelle acque di falda utilizzate a scopo potabile è una condizione abbastanza diffusa nelle grandi pianure coltivate e adibite a risorsa idropotabile come nel Nord Italia, in particolare nella Pianura Padana, a causa dell’intesta attività agricola e zootecnica esistente. Contrariamente, le acque di sorgente di montagna sono perlopiù esenti da questo tipo di inquinamento.

    I nitrati sono sostanze indesiderabili in quanto possono essere dannosi alla salute umane, in particolare possono indurre:

    -      formazione di metaemoglobina, una proteina che deriva dall’emoglobina ma da cui si differenzia per il gruppo eme che non è più in grado di legare l'ossigeno e quindi di trasportarlo ai tessuti. E’ un fenomeno critico soprattutto per bambini piccoli, ragione per cui per l’alimentazione dei neonati e delle donne incinte è consigliato utilizzare acqua con un basso contenuto di nitrati (inferiore a 10 mg/l);

    -      riduzione dei nitrati introdotti nell’organismo a nitriti: questi, interagendo con in ambiente acido (stomaco) con le ammine, possono generare nitrosamine, sostanze sospette cancerogene.

    Sebbene il nitrato sia uno ione molto solubile, quindi passi in fretta e facilmente nelle acque, tuttavia esistono trattamenti appositi per eliminarlo negli impianti di potabilizzazione.

    La concentrazione dei nitrati nelle acque destinate al consumo umano è limitata per legge ad un massimo di 50 mg/l (D.lgs. 31/2001). I neonati e le donne in gravidanza sono categorie sensibili per cui si consiglia un limite più restrittivo di quello di legge (10 mg/l). E’ sconsigliabile bere regolarmente acqua contenenti concentrazioni elevate di nitrati, sebbene entro i limiti di legge; pertanto è meglio informarsi in merito all’acqua che esce dal proprio rubinetto  presso la relativa azienda acquedottistica.

    Per una persona adulta l’apporto di nitrato è per circa l’80-90% dovuto al cibo ed il restante all’acqua, mentre per i neonati  l’acqua rimane il principale veicolo di assunzione.

  • Perché l’acqua del rubinetto sa di cloro?

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    Il sapore di cloro è dovuto al processo di disinfezione dell’acqua per clorazione, ossia mediante aggiunta di disinfettanti chimici a base di cloro, come ipoclorito di sodio e biossido di cloro, i più diffusi, che consentono di mantenere un residuo di disinfettante lungo tutta la fase di distribuzione. Meno utilizzati invece il cloro gassoso, per via della pericolosità nella sua gestione, e l’ipoclorito di calcio, impiegato perlopiù in piccoli acquedotti periferici dotati di cloratori meccanici e nelle piscine.

    Il trattamento di disinfezione, sia nell’impianto di produzione sia lungo la rete di distribuzione,  serve per abbattere la carica batterica nociva e garantire la perfetta igienicità dell’acqua dell’acquedotto per tutto il suo percorso, dalla centrale di pompaggio fino al rubinetto di casa; tuttavia può generare sottoprodotti tossici e altera il sapore dell'acqua.

    Le acque provenienti da sorgenti e pozzi profondi della falda necessitano, in genere, di minori trattamenti di depurazione; mentre nei casi in cui l’acqua per uso potabile derivi del tutto o in parte da acque superficiali (lago, diga o fiume), il trattamento di potabilizzazione per clorazione può essere più spinto soprattutto nel periodo estivo e conferire all’acqua depurata un forte odore e sapore di cloro, che può renderne il consumo più sgradevole. Tuttavia, per migliorare il gusto  dell’acqua ed eliminare il sapore e odore di cloro basta un piccolo accorgimento domestico: raccogliere l’acqua in una brocca e lasciarla decantare per qualche minuto, preferibilmente in frigorifero. In questo modo il cloro, essendo un gas, evapora e l’acqua ,a bassa temperatura, risulta più gradevole.   

  • Esistono dei disinfettanti diversi dal cloro?

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    Nell’intero processo di trattamento delle acque per scopo potabile, la disinfezione è indispensabile per garantire al consumatore finale un’adeguata protezione igienico-sanitaria. L’introduzione della clorazione nei primi anni del secolo scorso, unitamente ai trattamenti di filtrazione, ha ridotto drasticamente a livello mondiale la diffusione di patologie connesse all’acqua utilizzata per l’alimentazione. I prodotti chimici a base di cloro possono reagire con la sostanza organica e inorganica naturalmente presente nelle acque e generare dei sottoprodotti. In particolare l’uso di ipoclorito di sodio e cloro gassoso porta alla formazione di trialometani (THM), quali cloroformio, bromoformio, bromodiclorometano, clorodibromometano; mentre utilizzando biossido di cloro si formano cloriti. Per entrambi i tipi di sottoprodotti, il D.lgs 31/2001 (nell’allegato B) fissa valori limite restrittivi da rispettare, in quanto si tratta di sostanze indesiderabili che possono essere dannose per la salute.

    Esistono anche trattamenti alternativi alla clorazione che prevedono, ad esempio, l’utilizzo di ozono, raggi UV o permanganato di potassio. L’ozono è un ottimo agente disinfettante e ossidante che non genera caratteristici sottoprodotti legati all’impiego di cloro, tuttavia se nell’acqua è presente bromuro, anche in tracce, si formano bromati, sostanze cancerogene. La radiazione ultravioletta è un agente fisico e non chimico, che non forma sottoprodotti e non altera le caratteristiche organolettiche dell’acqua; però, non avendo potere di copertura, non garantisce il mantenimento della salubrità dell’acqua che può ricontaminarsi, specie se deve percorre lunghi tratti di condutture.  Anche il permanganato di potassio è un potente agente ossidante e disinfettante, pertanto è utilizzato in ambito acquedottistico. 

    Nonostante i processi di disinfezione possano generare sostanze indesiderabili in grado di causare, a lungo termine, effetti nocivi sulla salute, tuttavia l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che non si possa correre il rischio di avere effetti ancora più gravi dovuti alla presenza di organismi patogeni nell’acqua destinata al consumo umano.

  • Le tubature della rete idrica possono rilasciare piombo?

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    La possibile contaminazione da piombo nelle acque potabili può ricondursi solo in rari casi a presenza del minerale in rocce e sedimenti a contatto con l’acquifero di origine, ma, più generalmente, si deve a fenomeni di rilascio del metallo da materiali che costituiscono le tubazioni, la rubinetteria e/o o altre componentistiche come saldature in piombo o stagno, raccordi od altri materiali presenti negli impianti di distribuzione idrici. La corrosione dei materiali contenenti piombo è favorito in presenza di acque aggressive, molto povere di sali minerali (valori bassi di pH, durezza, residuo fisso).

    La presenza di piombo nelle acque destinate a consumo umano potrebbe comportare rischi per la salute dei consumatori, con effetti patologici anche gravi, di diversa natura. Le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per i consumatori sono indirizzate a misure atte a ridurre l'esposizione totale al piombo, tra le quali è importante il controllo della possibile cessione dell’elemento dagli impianti di distribuzione delle acque destinate a consumo umano. In un contesto di prevenzione generale dell’esposizione a piombo l’OMS sottolinea l’importanza di “evitare l’assunzione di acqua contenente livelli di piombo superiori ai limiti di legge, soprattutto per le donne in stato di gravidanza, neonati e bambini al di sotto dei 6 anni di età”.

    Nel panorama italiano il problema di riscontrare valori di piombo superiori al limite attuale di 10 µg per litro (previsto dal D.Lgs. 31/2001 e s.m.i.) può riguardare perlopiù gli edifici più vecchi, sia privati che pubblici, soprattutto in costruzioni antecedenti agli anni ‘60, generalmente ubicate in centri o quartieri storici, rappresentano le situazioni più a rischio per il rilascio nell’acqua condottata di piombo presente nelle reti di distribuzione interne agli edifici stessi. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, attualmente le criticità rimangono comunque sporadiche e più relative alle vecchie costruzioni, dotate ancora di tubazioni o parti dell’impianto contenenti piombo. Tuttavia mancano dati aggiornati e precisi sugli edifici italiani, in particolare privati, mentre  in alcuni casi sono stati fatti lavori di adeguamento nelle strutture pubbliche. 

  • La presenza di tubature in cemento-amianto  può rappresentare un rischio per la salute?

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    Molti km di tubature della rete acquedottistica sul territorio italiano sono ancora in eternit, ossia cemento-amianto. Perciò è lecito domandarsi se questa situazione rappresenti un rischio per la salute. In realtà, allo stato attuale delle conoscenze non si hanno sufficienti evidenze scientifiche sulla pericolosità  per l’uomo relativa all’ingestione di amianto, laddove è accertata la cancerogenicità per inalazione delle fibrille disperse nell’aria. Riguardo poi alla possibilità che le fibrille di amianto eventualmente presenti nell’acqua del rubinetto possano divenire aereodisperse quando l’acqua evapora, e pertanto inalate, non si può escludere, tuttavia le concentrazioni di amianto in acqua dovrebbero essere comunque elevate per rappresentare un pericolo. La sua presenza nell'acqua è dovuta a corrosione di tubature in cemento-amianto, soprattutto se l'acqua è aggressiva (bassi valori di pH, residuo fisso e durezza). Non esistono limiti di legge nell'attuale normativa italiana di riferimento per le acque potabili (D.lgs. 31/2001); esistono però delle indicazioni americane dell’Agenzia di Protezione Ambientale (EPA) statunitense che fissa in 7 milioni di fibre per litro di acqua il quantitativo di rischio che potrebbe contribuire ad aumentare il livello di fondo delle fibre aerodisperse, e, quindi, il rischio legato alla possibile assunzione per via inalatoria. Dati di letteratura scientifica e di alcune ricerche condotte dall’Istituto Superiore di Sanità in diverse regioni sul nostro territorio non hanno evidenziato concentrazioni di fibre di amianto a livelli preoccupanti.

    Se per le nuove strutture acquedottistiche l'utilizzo di cemento-amianto è vietato (Legge n. 257/1992), invece per le tubature già esistenti in eternit non vi è l’obbligo di rimozione o sostituzione. Trattandosi di tubazioni molto grandi, però, intervenire potrebbe essere anche peggio perché la rimozione dei tubi faciliterebbe rilasci di fibre di amianto nell’acqua. Sebbene l’amianto non sia un parametro che i gestori della rete acquedottistiche sono tenuti ad analizzare e monitorare, ai sensi del DM 14/5/1996 i gestori sono comunque tenuti a valutare lo stato di conservazione dei manufatti in cemento-amianto, per decidere sulla opportunità della loro sostituzione. Infatti, vi sono degli indicatori di corrosività del cemento delle tubature che sono tenuti periodicamente sotto controllo. Inoltre, alcuni gestori delle reti acquedottistiche hanno già messo in atto dei programmi di monitoraggio amianto sulla propria rete in gestione. 

  • E’ rischioso bere acqua del rubinetto contaminata per la presenza di Legionella?

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    La Legionella spp. è un batterio, molto diffuso in sorgenti d'acqua (laghi, fiumi) ma, a volte, può accumularsi anche nell'impianto idrosanitario di distribuzione dell’acqua potabile di case, ospedali o alberghi oppure in impianti di condizionamento dell'aria e nei filtri per l’umidificazione presenti nei climatizzatori, in stabilimenti termali, piscine, ecc. Può provocare malattie infettive anche gravi, normalmente a carico dell'apparato respiratorio (Legionellosi). La trasmissione avviene per via aerea, inalando particelle di acqua aerosolizzata (sotto forma di vapore), come può avvenire durante la doccia o in ambienti climatizzati, mentre non si trasmette bevendo acque che la contengono.

    Pur non essendo indicato un limite di legge, spesso viene comunque ricercato nell’acqua potabile.

    La prevenzione del contagio consiste soprattutto nella corretta manutenzione di impianti idrici per l’acqua calda e dei climatizzatori. Tuttavia, se nell’acqua potabile è presente il batterio Legionella, è necessario mettere in atto tempestivamente interventi di bonifica intervenire per eliminarlo, prendendo le adeguate misure precauzionali.

  • Cosa sono le “case dell’acqua”?

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    Sono chiamate anche “fontanelli” o “chioschi dell’acqua” ed erogano l’ ”acqua del Sindaco”: ossia acqua dell’acquedotto, la stessa che esce  dalle classiche fontanelle pubbliche e che giunge alle nostre case, ma alla “spina”, a temperatura ambiente o refrigerata, gassata e talvolta anche migliorata nel gusto per via di un ulteriore trattamento. Si tratta dunque di fontanelle comunali moderne, che si stanno via via diffondendo su tutto il territorio italiano: ad oggi ne sono state installate circa 1300, distribuite perlopiù al centro-nord. Ma sono in continuo aumento, visto che sempre più comuni ne fanno richiesta. Le case dell’acqua sono realizzate con soluzioni architettoniche (forme, dimensioni, colori, grafica) e logistiche molto differenti, per meglio adattarsi al contesto urbano in cui sono inserite. Si tratta in tutti i casi di strutture che distribuiscono acqua dell’acquedotto già potabile, perciò che non necessita di altri trattamenti; tuttavia è presente un sistema per refrigerare e gasare l’acqua, mediante aggiunta di anidride carbonica alimentare, e in molte c’è anche un impianto di ulteriore affinamento, per migliorare le caratteristiche organolettiche dell’acqua erogata (ad esempio ridurre il sapore e odore di cloro).

    In alcuni casi il servizio è completamente gratuito, ma spesso è previsto un contributo simbolico (qualche centesimo di euro al litro) per la fornitura di acqua frizzante per coprire le spese di manutenzione (ricarica cilindri anidride carbonica, sanitizzazione di alcune parti, analisi routinarie) e dovute ai consumi energetici.

    Il valore e la funzione più importante delle case dell’acque è quella di contribuire a contenere l’inquinamento ambientale che deriva dalla produzione, trasporto e smaltimento di enormi quantità di bottiglie di plastica. Basti pensare che ogni anno in Italia vengono imbottigliati ben 12,4 miliardi di litria di acqua minerale con una produzione di circa 8 miliardi di bottiglie di plastica da 1,5 litrib, per un totale di 5 milioni di tonnellate di CO2 emesse per produrle.

    Inoltre, possono rappresentare un opportunità per accrescere la fiducia nell’acqua potabile da parte dei cittadini italiani, che detengono il primato europeo per il consumo di acqua minerale in bottiglia. Ricordiamo, comunque, che l’acqua erogata è la stessa che arriva alle nostre case.

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